12:54PM

Re: Sulla recensione a The Passion (di Laura)

Valerio,
tu dici che la crocifissione ha valore in quanto collegata alla resurrezione.
Oso opporre alla tua affermazione una parentesi teologica-storica iconografica.
Crocifissione e resurrezione sono legate nella vita di Gesù, ma hanno valori diversi e così la Chiesa li ha voluti tramandare.
Se così non fosse nei secoli passati si sarebbe sovrapposta
all'iconografia della croce l'iconografia della resurrezione - o come
dici tu - la tomba vuota (che c'è stata ma proporzionalmente e
numericamente inferiore).
La sofferenza di Cristo ha invece prevalso perché la Chiesa ha
voluto/creduto che Gesù rappresentasse un modello (anzi “Il modello”)
del sacrificio, che fosse un simbolo e capro espiatorio della
sofferenza umana. La sua morte è la nostra salvezza.
Gesù si sacrifica per noi uomini. Gesù in quanto figlio di Dio avrebbe
potuto evitare di morire, di soffrire, di essere torturato. Ma in
quanto uomo  -banalizzando - più buono di tutti, ha scelto di non
essere Dio, ma umano.
Il sacrificio fatto per noi (in senso dell'umanità cristiana) è
parallelo al messaggio evangelico che nella sua breve vita ha portato
avanti: ama il prossimo, porgi l'altra guancia, il mio unico Dio in cui
confido....
Ricordati che Gesù poteva fare miracoli e quindi avrebbe potuto fare un
miracolo per se stesso. Eppure ha deciso di non farlo in quel momento
cruciale per dare prova di quello che credeva: l'esistenza di Dio e
l'estrema fiducia in lui. Questo è il messaggio che deve trasparire dal
suo sacrificio.
Lui ha dimostrato con la morte atroce di amare Dio sopra ogni altra
cosa, perché credendo nella resurrezione (che equivale alla
resurrezione dopo il giudizio divino o più in generale alla eternità
dell'anima) non doveva temere la morte: il suo atto di estrema fiducia
- quindi fede- si trasforma per tutti in una prova dell'amore per Dio.
Non solo. Gesù sulla croce ha  parole di bontà e di perdono,
invoca dal cielo pietà per i suoi carnefici: "Padre, perdona loro,
perché non sanno quel che fanno " e incitato dal popolo che diceva "tu
che salvi gli altri, salva te stesso", lui non abbandona la
consapevolezza che la salvezza era nel sacrifico e quindi in Dio.
La resurrezione riguarda un altro precetto teologico, cioè la vita dopo la morte.
Gesù risorge come inconfutabile prova dell'esistenza di Dio e della sua
onnipotenza, dimostrando un assunto irragionevole, e quindi accettabile
solo come atto di fede: l'esistenza di qualcosa dopo la morte, cioè la
salvezza dell'anima. Al medesimo tempo conferma la veridicità della
Bibbia laddove afferma che il corpo e l'anima sono destinate a riunirsi
dopo il giudizio universale. Al tempo della vita di Gesù il testo sacro
era la Bibbia, non i Vangeli.
Il messia biblico si incarna in Gesù. Giocoforza  doveva risorgere
e di questo uno dei vangeli si è occupato e la Chiesa ha divulgato poi.
Tornando all'iconografia. La scelta della croce nella Chiesa serve a
veicolare un messaggio ben preciso, che è il sunto in immagine dei
precetti sopraesposti:
ricordare ai fedeli la sofferenza di Gesù, che si sacrifica per il
genere umano e nello stesso tempo serve da collegamento tra la vita
vissuta da Gesù (esempio da seguire come virtù cristiana )  e ponte benevolo verso la
morte, cioè sia incontro con Dio sia ricongiunzione dell'anima al corpo.
Sempre per quanto riguarda l'iconografia sacra, è giusto ricordare che
nulla nella storia dell'arte del passato è stato prodotto senza il
nulla osta ecclesiastico (esistono casi eclatanti di opere bocciate
dalla curia e destinate al macero, salve - è il caso di dirlo - per
miracolo. Esempio Caravaggio "La morte della vergine" e "San Matteo che
scrive il vangelo", prima versione, purtroppo distrutta se non sbaglio
durante la seconda guerra mondiale).
Qualora Gesù non sia rappresentato direttamente sulla croce, sia esso
ancora bambino o già morto, gli strumenti della passione sono al suo
fianco, come monito per il fedele: la corona di spine, la croce e altro
che al momento non ricordo.
Più in generale la Chiesa ha puntato, usando termini anti litteram, ad
una strategia di comunicazione visiva sempre coerente al messaggio da
veicolare: il sacrifico di Cristo e per Cristo, quindi per la Chiesa.
Non è a caso che tutti i martiri, poi santificati, siano rappresentati
nell'atto più tragico e cruento del loro martirio.
Certo, alcuni di questi per noi che guardiamo con occhio moderno non
fanno senso, non ci incutono pietà o malessere. Questo è un problema
estetico  collegato ad una rappresentazione, come dire, desueta,
superata o tecnicamente non perfetta. Ai tempi, tuttavia, quando furono
dipinti, corrispondevano perfettamente alla decodificazione/sensibilità
dei fedeli.

che fatica,
Laura

12:11PM

The Passion (rivoluzione cristiana pop e pulp) recensione da La Destra Trimestrale n°6

“In God We Trust”. È questa la frase scritta su ogni banconota americana dal 1955.  Ma è solo nel 2004 che tale frase, come profeticamente annunciato, ha trovato il modo di rendersi tanto evidente da non poter essere confutata. L’artefice è Mel Gibson, e se già blasfema appare a noi la scelta di unire Dio con il denaro, desta ancora più perplessità la volontà di accumulare soldi attraverso una vera a propria moltiplicazione dei pani e dei pesci.  
Perché di questo, a mio avviso, si tratta. Anche se non solo.
The Passion è un film che avvilisce il il messaggio storico e anche quello fideistico.
E se da un lato c’è certamente bisogno, nel mondo attuale, di un richiamo alla gravitas, alla riflessione, al richiamo dei valori cristiani su cui si è fondato l’Occidente, ebbene c’è il timore che tale messaggio, se affidato a Hollywood e alla nazione Under God, venga metabolizzato e rigettato dall’opinione pubblica che dovrebbe invece, oggi più che mai, riflettere in maniera approfondita sulla base della nostra civiltà.
Nel mondo attuale in cui sembrano avverarsi le tesi di Huntington, vale a dire quelle del celebre libro sullo scontro delle civiltà, è certamente un bene che si tenti, attraverso film su questo argomento così come su altri, per esempio con l’Ultimo Samurai di cui abbiamo parlato nel numero scorso della rivista, di sollecitare un ragionamento su valori più alti e profondi rispetto il nichilismo diffuso del nostro mondo. Ma questa riflessione, proprio perché così importante, deve avvenire con degli strumenti utili e assolutamente non fuorvianti.
Desta preoccupazione, in questo senso, che in un Occidente che deve necessariamente cercare di tamponare almeno in parte l’american way of life con il quale è attualmente condotto, si possa ricorrere alla nuova rivoluzione cristiana con caratteri pop, e anche pulp, che proviene d’oltre Oceano, per trovare un indispensabile ritorno alle origini non tanto religiose, ma filosofiche, che innegabilmente dalla tradizione europea provengono. Dall’altro lato c’è da ammettere, però, che in Europa non si riesce nemmeno a trovare un accordo per inserire un piccolo richiamo alla tradizione cristiana nella nuova Costituzione…
Tuttavia il film di Gibson, che nella direzione di un richiamo alla cristianità vorrebbe rivolgersi, è a mio avviso innanzitutto un falso storico perpetrato attraverso alcune scelte della sceneggiatura, quindi un avvilimento del messaggio fideistico e, infine, una speculazione pornografica della violenza attuata mediante il “cibo” più consumato, come pop corn, dal pubblico dell’industria del cinema.
A conferma di questo, e senza voler entrare nel merito artistico della pellicola, ci sono alcuni passaggi fondamentali della Passione.
Per esempio la flagellazione, una delle sequenze più violente del film. Seppure ci attenessimo alla volontà di Gibson di entrare fin nei minimi particolari di un fatto storico, è inaccettabile vedere un Cristo martoriato dalla flagellazione e poi crocifisso accanto a due altre persone che non hanno segno alcuno di tale supplizio.
Volendosi limitare all’aspetto storico, infatti, si deve necessariamente registrare che la crocifissione è un fatto storico che i romani ereditarono dai confini orientali dell’impero, per esempio dalla Persia (quella Persia ricacciata indietro dai Greci tanti anni prima nella prima attestazione di divisione tra Oriente e Occidente di cui ancora oggi ci dobbiamo occupare con i fatti attuali dell’Islam). La flagellazione prima della crocifissione era un fatto comunemente applicato dai romani, poiché attraverso tale pratica si faceva perdere molto sangue e forze ai condannati che, altrimenti, avrebbero impiegato molto più tempo e sofferenza prima di spirare sulla croce. Gibson, invece, nella sua ossessione di attenersi a tale flagello (che nei Vangeli, peraltro, non è specificato con tale brutalità) e di elevarlo al massimo grado di violenza, dimentica di applicarlo agli altri due condannati. Difficile, dunque, non credere a una volontà di speculazione sulla violenza di tale scelta.
Ma la scelta, ovviamente, viene a confermare la tesi che ho posto.
Il mondo attuale rigetta la violenza e il dolore. Non si riesce nemmeno ad accettare la morte. Si partorisce e si vive con anestetici e non si riesce nemmeno a fare delle scelte definitive, cioè delle “scelte per la vita”, che sono immancabilmente delle scelte per la morte. Affermando l’assolutezza del presente e della vita terrena e rinnegando dunque la possibilità di una vita ulteriore, di un valore più alto rispetto a quello della vita fisica (cosa innegabile proprio nell’Occidente attuale) è naturale allontanarsi da qualunque aspetto che possa richiamare a un dopo che non si vede, cui in fondo non si crede. Naturale considerare poco degli aspetti ulteriori rispetto a quelli meramente pratici, terreni, tangibili.
Da qui il rifiuto della violenza. E proprio da qui, quindi, la morbosa ricerca della violenza che “vende” solo se interpretata nella finzione. Lo dimostra l’applauso americano per i film violenti e il rigetto, invece, nei confronti della violenza nella vita vissuta, per esempio, tenendoci alla stretta attualità, con i fatti odierni dell’Iraq.
Al cinema e alla finzione tutto è concesso. Dalla realtà, invece, è naturale prendere le distanze. I film violenti vendono. Ed è un dato innegabile.
Dal punto di vista fideistico, poi, non è possibile non registrare l’assoluta mancanza di spessore psicologico dei personaggi di Gibson, senza considerare quello che a mio avviso è l’errore più grande: la mancanza della resurrezione, a meno di considerare la sua presenza nel film con i venti secondi finali dell’opera.
In questo senso The Passion è un film monco.
La crocifissione, infatti, ha valore solo in quanto poi avviene la resurrezione. L’importante non è tanto il Cristo sulla croce quanto il Cristo nella gloria. La speranza, ovvero, del dopo. Della salvezza.
La crocifissione è un fatto storico, la resurrezione un fatto di fede.
È curioso, in questo senso, che anche la Chiesa abbia scelto nei secoli molto di più il simbolo della croce per attuare l’iconografia più importante del suo messaggio. A discapito, per esempio, di quella della tomba vuota.  È questo ciò che salva l’umanità, poiché la cosa più importante è il Cristo nella gloria.
In The Passion questo non c’è. Forse ci sarà nel sequel, che a questo punto diventa necessario. E dunque, a fini commerciali, doppiamente e strumentalmente utile.
È poi impossibile tacere sull’aspetto dell’antisemitismo che ha girato intorno a questo film. Anche volendo respingere con forza e sdegno qualsiasi strumentalizzazione mediatica e politica che purtroppo si è abbattuta su questa pellicola, ebbene non si può lasciare senza commento uno degli aspetti che hanno fatto discutere l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori.
E non si può proprio partendo da alcuni presupposti. Sullo stesso sito del film, ad esempio, accedendo a ben nove delle diciassette lingue di traduzione in cui veniva illustrata la pellicola, si apre ancora (al momento in cui andiamo in stampa), una finestra pop up che propone un sondaggio ai visitatori in merito al pericolo antisemita del film. Segno che l’argomento non può essere taciuto tanto facilmente per una convenzione di politically correct. In tal senso, e ancora prima di entrare nel merito, ho trovato due curiosità: la prima è il fatto che il sondaggio, proposto fra le altre lingue anche in russo, polacco, olandese e aramaico rimane – in ogni caso – senza un risultato visibile. Si può votare, infatti, ma non si accede alle percentuali di voto. La seconda curiosità è che nella lingua inglese il sondaggio non viene proposto.
Entrando nello specifico, invece, dopo aver visto il film, a mio parere l’accusa di antisemitismo può resistere solo in virtù di alcune condizioni: per esempio un grande pregiudizio ideologico, oppure una capacità di lettura non particolarmente approfondita o, ancora, lasciandosi sedurre dall’aspetto medievale oscurantista di certo cristianesimo (nel quale non si può non riconoscere una sorta di antisemitismo), aspetto che prevale purtroppo in molte parti di questo film.  
Volendo entrare ancora di più nel merito, e prima di rovesciare il ragionamento attraverso una provocazione che vedremo tra poco, è poi illuminante un libro scritto dal giurista e storico ebreo Chaim Cohn “Processo e morte di Gesù” – Einaudi 2001 – secondo il quale era impossibile che gli evangelisti, all’epoca in cui scrissero i Vangeli, non adottassero una sorta di soluzione di marketing – attraverso la colpa agli ebrei della morte di Cristo – quando il mondo romano doveva essere il terreno più importante di proselitismo.
L’interpretazione antisemita della vicenda è comunque obsoleta e può addirittura essere rivoltata: se non ci fosse stato quel processo sommario non ci sarebbe stata la crocifissione e dunque neanche la resurrezione…
È tuttavia difficile credere alla diffusa capacità di comprensione profonda da parte del pubblico nel momento in cui nelle sale si ascolta il “Crucifige! Crucifige!” pronunciato dai sommi sacerdoti della religione ebraica. È proprio in questo, infatti, che si annida uno dei pericoli più grandi della pellicola: la possibilità di essere fraintesa.
La Chiesa stessa, da cui era lecito aspettarsi finalmente una presa di posizione su questa vicenda, ha dato segni di evidente frammentazione in merito ai giudizi sul film.
Ci sono state prese di posizione entusiaste, come quella del cardinale colombiano Dario Castrilliòn Hoyos, Prefetto della Congregazione del clero oppure di Joseph Augustin Di Noia, Sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede. In Europa si sono schierati a favore Vittorio Messori e John Patrick Foley, presidente del Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali. Il film è piaciuto molto anche ai Legionari di Cristo e all’Opus Dei, oltre che al direttore di Studi Cattolici, Cesare Cavalleri e al direttore della Sala Stampa vaticana, Joaquìn Navarro-Valls. Accanto a queste ci sono alcune posizioni che definisco “problematiche”, come quella della Conferenza episcopale italiana secondo la quale la visione del film deve essere guidata. Dubbioso anche Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana e noto biblista. Quindi si passa ai contrarissimi, tra cui il cardinale arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, che ha accusato il film di vero e proprio sadismo. Critico inoltre anche il gesuita Lloyd Baugh, docente alla Gregoriana. Infine chi ha criticato il film ancora prima di averlo visto, come lo storico della Chiesa Alberto Melloni, secondo cui “Gibson piace a una Chiesa pulp, che crede ai miracoli avvenuti durante le riprese e annunciati nel sito del film”.
Insomma, una babilonia nello stesso condominio.
Non desta stupore, quindi, che di fronte a così tanta frammentazione siano nate negli ultimi anni, proprio negli Stati Uniti, delle associazioni di vario titolo e competenza per portare avanti proprio quella che ho chiamato “Christian Pop Revolution”. Associazioni che usano tranquillamente la pop culture e l’entertainment, l’editoria e il web per promuovere i film, le realizzazioni artistiche, i libri e tutti i supporti moderni che possano aiutare nella diffusione del messaggio cristiano, ovviamente secondo la visione che è possibile immaginare dal lavoro di Gibson e, più in generale, da tutta la speculazione di marketing e merchandising fatta attorno a The Passion, solo per riferirci all’oggetto di questa circostanza.
The Passion è dunque di un manifesto ideologico e speculativo sotto l’aspetto economico senza avere, peraltro, valore di cronaca e tanto meno valore storico. Non ha messo d’accordo la Chiesa né le ha dato l’input necessario per prendere finalmente una posizione. Ha riempito le case americane di chiodi souvenir venduti al di fuori delle sale di proiezione e ha dato in mano agli statunitensi anche una sorta di leadership sull’interpretazione del messaggio forse più importante della nostra cultura. Con la rivisitazione di Gibson si è tornati a una lettura obsoleta del cristianesimo di cui il mondo cattolico e cristiano non avevano bisogno: se il mondo di Gibson è un luogo orrendo dove Giuda non ha redenzione, ma solo la dannazione dell’anima, se viviamo in un mondo di diavoli, di mortificazione della carne e di orrore per la vita dei comuni mortali, se siamo al di fuori di ogni dignità dell’uomo, ebbene allora neghiamo i migliori valori del cristianesimo stesso. Macchiandoli del verde dei dollari.
L’ostentazione del dolore nel film è a mio avviso troppo urlata, fino a diventare insostenibile per gli spettatori e a destare delle crisi di rigetto, che certamente non aiutano alla comprensione. È così cruda la trasposizione che non rimane il tempo di riflettere. Di recepire il messaggio necessario a destare un risveglio di quei valori che il film dovrebbe invece promuovere. Il messaggio non arriva, o arriva male. È questo il punto, questa la pecca pericolosa del film.
Se messaggio doveva essere, ebbene si percepisce un Gesù che predica amore e riceve in cambio dolore. Dunque la riproposizione del mistero. Da qui al sacro il passo è breve, è vero, ma per avvicinarsi a esso c’è bisogno di trascendenza, e non sono affatto convinto che il pubblico di The Passion sia stato messo in grado di provare a trascendere e quindi di mettere in discussione propositiva le problematiche della nostra società. Così come di fare una riflessione sui valori cristiani della nostra cultura.

Valerio Lo Monaco

12:57PM

La Soddisfazione


La soddisfazione è collegata al desiderio come Thanatos a Eros.
Chi non desidera non può essere soddisfatto. Allo stesso tempo chi si ritiene soddisfatto deve sperare solo di poter desiderare ancora, altro. Sempre altro. Di più.
Dannati i soddisfatti dunque, che scambiano la stabilità di una vita soddisfacente per la staticità della calma apparente. Pura geometria del nulla.
Tutto parte quindi dal desiderio. Per i più fortunati dalla passione. Avere passione significa infatti patire l’altro. Oppure patire il raggiungimento di una cosa, uno stato d’animo, un’emozione. E non v’è perversione più dolce.
Il vero desiderio è pertanto la fiamma che spinge oltre il limite. Poiché il raggiungimento di qualche cosa è sempre e comunque spingersi oltre un limite che inizialmente ci è precluso.
È lo spirito di trasgressione la molla che fa scattare il desiderio. Superare il divieto, l’ostacolo che impedisce il raggiungimento dell’oggetto, dello stato d’animo, della persona o del suo corpo.
E la trasgressione stessa ha bisogno del divieto, non può rinnegarlo, non lo rimuove, poiché gli è indispensabile. Perché ha bisogno di superarlo.
Dalla vittoria di una delle due componenti si manifesta la soddisfazione oppure la frustrazione.
La trasgressione attrae, il divieto respinge.
Dal dominio di uno dei due scaturiscono due tipi di percorso. C’è chi ricerca orizzontalmente e chi verticalmente.
La soddisfazione orizzontale è quella che non supera il limite del desiderio. Quella che si accontenta di rimanere in acque tranquille. Quella che non osa e si autoconvince.
La soddisfazione verticale è quella che tende in alto, oltre, a superare il limite. Anche se ogni viaggio si intraprende necessariamente per tornare, non per arrivare.
E non è vero che chi si accontenta gode. Chi si autoconvince sopravvive, non altro. Anche se non è detto che sia una pratica sbagliata. La vita però, oltre che preservata, chiede disperatamente anche di essere vissuta. Il che comporta dei rischi. Affascinanti. Oltre al rischio di essere soddisfatti.
Vivere è desiderare, checché ne dica il Buddha. Il regno del non desiderio non è di questo mondo. Desiderare e cercare soddisfazione è umano, troppo umano, per parafrasare Nietzsche. E umani siamo, non altro: guardare e non toccare, o imporsi di non desiderare, sono esperimenti per asceti oppure per tenere a freno le pulsioni naturali dell’uomo attraverso comandamenti di natura religiosa o sociale. Che poco hanno a che fare con la natura stessa dell’uomo.
Per l’intima soddisfazione bisogna parlare invece di vera e propria sua cultura, cosa che miscela il sacro con il profano, la fisica con la metafisica. Perché cultura è l’unione di coltivazione e culto. Di terra e cielo.
Andare oltre il limite, desiderare, significa pertanto mirare alle stelle: de-sidera. Enche se talvolta si finisce all’inferno.
Il risultato può essere inverso, fato e caso ne implicano immancabilmente il verdetto. Ma in ogni caso è vivere anziché sopravvivere.
Eppure il desiderio bisogna sperare che non conduca mai alla soddisfazione piena. Eros non deve mai arrivare a totale compimento, pena la sua ineluttabile morte.
Possiamo morire di desiderio oppure far morire il desiderio stesso realizzandolo ed essendone soddisfatti, de facto esaurendolo, eliminandolo.
Generalmente al bruciare noi stessi per il desiderio preferiamo far morire il desiderio medesimo raggiungendolo e annientandolo. È umano.
C’è chi è soddisfatto di una bistecca cruda. Chi di un piatto elaborato. Chi si accontenta di una ventenne acerba. Chi s’innamora di una quarantenne affascinante. Chi è soddisfatto del sesso. Chi invece aspira all’erotismo.
Beato dunque chi non è mai soddisfatto pienamente. Chi ha sempre nuovi limiti da superare. Chi brucia di desiderio come un bosco che arde invece di consumarsi come una candela votiva.
E beato ancora di più chi trova nel viaggio stesso, più che nell’approdo finale, la soddisfazione perenne.
Chi trova soddisfazione nel viaggio è destinato alla felicità.
Ci sono quindi due speranze per chi vuole essere soddisfatto nella propria vita: quella di non raggiungere mai la piena soddisfazione, e poi la capacità, un giorno, di arrivare ad accettare che ciò che di meglio possiamo sperare e desiderare è un’imperfetta salvezza. Una perfetta insoddisfazione.

VLM

(pubblicato su PelleNoLeather di febbraio)
12:59PM

Esce "Klito", di Giuseppe Carlotti

Oggi Steppenwolf diventa una nursery. Con grande orgoglio e in pizzico d’onore e rivincita appendiamo fuori dalla porta un fiocco azzurro. Anzi rosa.
Insomma, in tutte le librerie, oggi esce Klito, il libro d’esordio di Giuseppe Carlotti che, chi ha seguito questo sito da un paio d’anni, già ben conosce.
Scriverò una recensione in uno spazio più appropriato, vale a dire su una delle riviste culturali per le quali scrivo, ma questo spazio privato è il luogo più adatto per esprimere invece la soddisfazione più intima di presentarvelo e per togliermi anche qualche sassolino dalla scarpa.
Il libro di Giuseppe merita un successo di pubblico almeno decuplicato rispetto alla enorme operazione di marketing che già gli è stata riservata dall’editore, che è Fazi.
Chi, fino a ora, ha assistito alle sue eiaculazioni periodiche su questo sito, il più delle volte “pulendosi il viso” sdegnatamente (usando una espressione certamente cara all’autore di Klito) adesso potrà finalmente vedere il risultato di tale concepimento. Se ne avrà il coraggio.
Abbiamo dalla nostra il fatto di avere sempre creduto nella genialità di Giuseppe, pur entrando in conflitto con il 93.7 per cento delle cose che ha sempre scritto e l’onore vouyeristico di avere assistito al coito, leggendo in via di scrittura e in bozze ciò che poi è stato pubblicato. Dunque avevamo ragione a difenderlo, sempre e comunque. E viene anche un po’ di commozione fraterna a pensare che all’asilo facevamo pipì insieme per vedere chi arrivava più lontano.
Comunque, per chi ha fegato, il libro è da oggi in libreria, riconoscibilissimo per via di una copertina fuxia come erano fuxia i panta-collant di moda negli anni Ottanta.
Compratelo. E poi, o prima, andate a vedere il nuovo sito di Giuseppe: www.giuseppecarlotti.com.

VLM

1:01PM

Il film: Ma Mère: rifiuto o ipocrisia?

La battaglia costante dell’uomo nei confronti dell’ignoto è stata condotta attraverso l’utilizzo delle metodiche più disparate. Ha tentato attraverso la filosofia di comprendere, la scienza di dominare e la religione di accettare per finire, secondo la tendenza nichilista del punto in cui è arrivato, almeno in Occidente, con il tentarne la rimozione.
È in questo senso, e solo in questo, che vale la pena riflettere sulla debacle cinematografica del film Ma Mère, sceneggiato da Cristophe Honoré riprendendo il romanzo omonimo di Georges Bataille e interpretato magistralmente da Isabelle Huppert, la dark lady del cinema d’autore.
A conferma di questo, del resto, è impossibile non cogliere l’aspetto religioso dell’argomento di cui parla il film, ossia l’erotismo. Religioso nel senso d’esperienza interiore: nulla, oggi, fa più paura di un viaggio al di là dei confini materiali e umani dell’esistenza. L’esperienza, infatti, “è un viaggio al confine del possibile dell’uomo”. In tal senso, la vera esperienza, anzi l’unica, è possibile solo se suscitata dalla trasgressione dei divieti, dei limiti e delle abitudini mentali.
Sondare gli aspetti dell’erotismo equivale a cercare di superare il limite della morte. Per dirla ancora con Bataille, infatti, “l’erotismo è l’approvazione della vita fin dentro la morte”. Gli stati senza fede né significato apparente, come appunto l’erotismo, sono proprio quelli attraverso i quali s’intravede la trasgressione ultima, vale a dire la scomparsa nella morte.
È tuttavia sbagliato cercare i motivi della scarsa affluenza alle sale e delle feroci critiche di plastica apparse sui giornali in ragioni tanto lontane dal sentire e dalla cultura comune. Ma Mère parla principalmente di una storia incestuosa ed è in questo il superficiale respingimento alla sua visione da parte del pubblico. Eppure tale aspetto non rappresenta che uno solo degli affascinanti lati dell’opera omnia di un intellettuale che ha avuto il pregio, considerato un difetto dai più, nel mondo attuale, di andare a studiare dove ipocritamente, oppure, pigramente, ma molto più spesso consapevolmente paurosi non si è mai tentato di andare.
Secondo Bataille l’uomo “non è in grado di illuminare e successivamente dominare ciò che lo spaventa (…) ma può superare, può guardarlo in faccia, e così facendo sfuggirà a quella singolare ignoranza di se stesso che finora lo ha caratterizzato”.
Uno dei fini dell’erotismo è quello di conoscere l’essere nel suo intimo, cioè quando “il suo cuore viene meno” ed è infatti indubitabile, per chi abbia mai tentato di affrancarsi dalla mera attività sessuale dedita alla riproduzione, che ciò che è in gioco nell’erotismo è proprio lo sconvolgimento dell’ordine, anzi, il suo punto più alto lo si può trovare esattamente nel momento della violazione.
Per “erotismo sacro”, secondo la triplice divisione degli erotismi possibili teorizzata da Bataille, vi è infatti proprio il perseguimento dell’essere nella sua pienezza naturale, cui l’individualità non impone più barriere. Questo aspetto interiore evidentemente fa paura. Oppure non interessa, il che è peggio. Se l’uomo non riesce a rispondere all’interrogativo, oppure non se lo pone neanche, non necessariamente si elimina l’interrogativo stesso. Secondo Bataille noi siamo “l’apertura a tutte le possibilità, quest’attesa che nessuna soddisfazione materiale riuscirà mai a esaudire, e che l’articolarsi del linguaggio non può ingannare! Noi siamo alla ricerca di una sommità. Ognuno di noi, se la cosa gli aggrada, può trascurare l’indagine, la ricerca. Ma l’umanità nel suo complesso aspira a tale sommità, l’unica che lo definisca, l’unica che ne costituisca la giustificazione e il senso”. Ed è proprio l’erotismo, secondo l’intellettuale francese, a essere uno dei momenti più intensi (oltre all’esperienza dei mistici) ed è, pertanto, posto proprio alla sommità dello spirito umano. L’uomo è un animale erotico, dunque un problema ai propri stessi occhi. E non si può ridurre l’erotismo – a meno di mutilazioni, peraltro il sistema più utilizzato – a qualcosa di scisso dal resto della vita. Si può fuggire dalla sua conoscenza. Oppure cominciare uno dei viaggi più interessanti, quello all’interno della nostra natura. Anche seduti in una sala cinematografica.
Le cose che attirano di più, del resto, sono proprio quelle che potenzialmente sono in grado di distruggerci.
Dunque Ma Mère. Per chi ha curiosità e non è in conflitto con sé stesso. Un film sulla dissoluzione della vita dell’uomo, sul vizio, sulla trasgressione. Un film violento eppure pieno di natura, che infatti nella sua realtà è violenta. Con un dialogo ridotto all’essenziale, che giunge dunque all’espressione più scarna ed efficace. Un film provocatorio fin dentro alla consumazione dell’incesto.
Ma è proprio dal superamento di questo enigma, peraltro il più semplice da affrontare, che si può accedere con più serenità alla visione e alla comprensione degli altri aspetti presenti nella pellicola.
Quindi partiamo proprio da qui. Secondo Bataille l’esistenza umana è articolata (anche) dai divieti. E la natura di questi divieti è spesso capricciosa, superficiale e insignificante. I più grandi sono sulla morte (che si rifiuta) e sulla funzione sessuale, ed entrambi hanno a che fare, guarda caso, con la violenza. Ciò che l’universo del lavoro, inteso come contrario alla dissoluzione, cioè la vita utile, corretta, produttiva e sistematica esclude, è proprio la violenza. Vale a dire uno degli aspetti che si propone alla meditazione di chiunque si voglia interessare all’aspetto dell’erotismo.
La proibizione dell’incesto è però estremamente diversa a seconda dei tempi e dei luoghi in cui è stata ed è applicata. Claude Lévi-strauss ha fatto in tal senso uno studio monumentale, deducendo e dimostrando che nelle società arcaiche questo veto non poteva derivare solo da un vago divieto basilare che inducesse gli uomini a obbedire a tali leggi, opposte alla libertà animale. Tale divieto rispose, almeno all’inizio, a un tentativo di regolare la violenza che altrimenti sarebbe stata un forte deterrente per l’ordine che la società voleva darsi. La regola dei matrimoni, sempre dimostrata da Lévi-Strauss, e collegata con l’enigma dell’incesto, indusse a trovare il senso di tale problema. Ebbene, il divieto all’incesto rispondeva solo e semplicemente alla preoccupazione di dare una soluzione alla ripartizione delle donne disponibili. Può non piacere, ma è così, e in questo caso si tratta solo di registrare freddamente un dato. L’uomo si negava le madri e, soprattutto, le sorelle, per donarle alla società.
La specificità dell’uomo è infatti data dalla comparsa del lavoro. L’uomo non si limita ad accettare il dato naturale ma lo trasforma e lo educa secondo i suoi bisogni. Analogamente, l’uomo, cerca di educarsi e si limita nei suoi bisogni naturali (per esempio i sessuali) negando sé stesso a favore dell’utilità. Ora non è tanto il caso di stabilire se l’educazione (anche sotto forma di divieti religiosi) è la conseguenza del lavoro oppure il lavoro una conseguenza della mutazione morale, ma è innegabile che queste due negazioni, cioè del mondo così com’è e della natura animale dell’uomo stesso, siano essenzialmente collegate. Da sempre. Dalla creazione del primo utensile oppure, più precisamente e in senso religioso cattolico, dalla foglia di fico nel paradiso terrestre. Atto, quest’ultimo, che rappresenta la nascita dell’erotismo e atto che discende da un altro dato di fatto: la creazione della donna da parte di Dio è stata accettata dalla teologia, ma come anche il fatto che dopo la creazione fu l’uomo a chiamare la donna, e non viceversa.
Apparentemente, infatti, e secondo un ordine di pensiero analitico e razionale, il matrimonio (regole, divieti, doveri ecc.) è la “sopravvivenza del tempo in cui i rapporti sessuali ne dipesero essenzialmente”. Non si capisce il motivo per il quale il divieto dell’incesto s’impose con tanta forza se non lo si considera necessario a contrastare un impulso evidentemente tanto intenso. Siccome si tratta di un divieto sessuale, sottolinea, di conseguenza, il suo proprio valore dal punto di vista sessuale.
In merito all’incesto c’è poi il caso della totalità dei “divieti religiosi” che ci sono noti e che continuiamo a rispettare. La teoria teologica si basa sull’eugenetica: conservare la specie e porla a riparo dagli effetti di unioni tra consanguinei. Secondo altre scuole di pensiero, molto diffuse, si tratta “della proiezione sociale, dei sentimenti e delle tendenze che la natura dell’uomo, attraverso la ‘ripugnanza istintiva’, basta da sola spiegare”. Anche se secondo la psicanalisi non è proprio così. Anzi. Ma questo sarebbe ancora un altro discorso.
L’incesto è quindi un divieto che risulta da alcune regole primigenie più altre variabili e che dunque sarebbe molto più semplice codificare e accettare senza ulteriori meditazioni proprio se non fossero intercorsi quegli altri divieti di carattere “variabile”. Da popolo a popolo, da tempo a tempo. Ma così non è.
Chiariamo che non si tratta, qui, e tanto meno nel film Ma Mère, di fare un elogio dell’incesto né un’incentivazione a esso, quanto di far riflettere sull’incapacità di affrontare degli argomenti che si danno per acquisiti senza una conferma personale data dalla ragione. Questo è del resto il motivo per cui non si può più, razionalmente, definire l’incesto come qualcosa di “osceno”. L’oscenità non è una cosa, cioè non è un oggetto, ma la relazione tra un oggetto e il modo d’interpretazione di quell’oggetto da parte della persona. È, dunque, un aspetto arbitrario. L’incesto è una di queste situazioni arbitrarie, nell’interpretazione e nelle modalità della sua stessa esistenza.
Secondo Lévi-Strauss, inoltre, vi è una contrapposizione tra lo stato naturale dell’uomo e quello culturale. O in altre parole, tra lo stato animale e quello dell’uomo. Semplificando, possiamo dire che lo stato naturale sta all’animale come quello culturale all’uomo. Questa cosa ci trova in larga parte d’accordo, ed è, ovviamente, proprio a conferma dello studio di Bataille: volto, come già detto, a sondare gli aspetti interiori e primordiali dal punto di vista delle pulsioni naturali, sessuali, dell’essere scevro da condizionamenti culturali e sociali di qualsiasi tipo.
Altro aspetto del film è poi una innegabile intenzione alla dissoluzione della vita. Bataille studiò questo comportamento dell’uomo, che si esprime ai giorni nostri sotto diversi aspetti e non solo dal punto di vista sessuale ed erotico.
Esiste nella natura e nell’uomo, da sempre, una tendenza all’eccesso, a qualche cosa di cui non ci è dato sapere la finalità: l’universo stesso, dal punto di vista razionale, non ha alcuna finalità. Ed è, per il nostro pensiero, “eccessivo”.
In merito agli impulsi l’eccesso si manifesta attraverso la violenza che vince sulla ragione. È l’eterna battaglia tra il Bene e il Male. Il Bene è generalmente identificato con il lavoro, con la rinuncia del momento a favore di un profitto futuro, in ogni campo. Il Male, viceversa, con il godimento dell’attimo presente, a discapito del futuro, cioè con il cedimento agli impulsi immediati.
Di fronte a ciò, la natura dell’uomo può anche porsi come un rifiuto alla vita equilibrata ossia con la ricerca del piacere immediato, a discapito del futuro.
Per fare questo vi è quindi la necessità di trasgredire a un divieto, e dunque si apre il sipario, solo apparentemente torbido, della trasgressione.
Trasgredire a un divieto del resto non implica la caduta del divieto. La trasgressione ha bisogno, anzi, del divieto stesso per rendersi manifesta. La trasgressione non ignora il divieto, altrimenti sarebbe bestialità, ma semplicemente lo supera, ben conoscendone i limiti. I due movimenti che ne fanno parte sono terrore e attrazione. Il primo (superare il divieto) respinge, mentre il secondo determina la trasgressione.
L’erotismo è proprio costituito, guarda caso, dall’implicazione associata di piacere sessuale e divieto. E questo, del resto, secondo Bataille costituisce gran parte della condanna della società moderna, votata alla laboriosità, quando è invece destinata “naturalmente” alla trasgressione.
L’importanza del divieto è in ogni caso indispensabile, perché venendo a mancare il divieto non è possibile la trasgressione e rimane, seguendo l’impulso, solo la profanazione o, meglio, l’aberrazione. Che conduce dritta alla distruzione chiudendo il cerchio di questo viaggio di Bataille. Oltre che l’epilogo di Ma Mère.
C’è chi rimane in contemplazione del desiderio senza mai spingersi al limite del suo possesso. Cioè senza eccedere, senza superare i limiti.
La natura dell’uomo sa bene, del resto, che non è possibile possedere l’oggetto che ci fa bruciare di desiderio, e dunque si arriva a una scelta di non ritorno: farsi consumare dal desiderio oppure possederlo e finire di bruciare per lui. Possedendolo però si arriverà a non desiderarlo più. Ed è a questo punto che si arriva alla scelta. L’uomo preferisce far morire il desiderio, possedendolo, piuttosto che morire esso stesso.
Dunque la ricerca costante dell’appagamento. La dissoluzione della vita alla ricerca del piacere immediato. Che, tradotto in altre parole, può riassumersi in una sorta di “indifferenza” alla morte, sceneggiata nel film con la masturbazione del figlio davanti al cadavere della madre.
Non sembra affatto superfluo, in conclusione, e proprio nel momento storico in cui ci troviamo, comprendere la tentazione al disordine come rifiuto della società attuale di cui talvolta fatichiamo a trovare un senso.
Ci si può immergere nella società tentando di modificarla, oppure fuggire nel disordine.
Se non è accettabile, secondo la nostra morale comune, pendere per la seconda ipotesi, a nostro avviso lo è ancora di meno rimanere in equilibrio sterile nel mezzo, ove non c’è lucidità d’intervento di modifica né scelta di abbandono al disordine. Caso quest’ultimo, purtroppo maggiormente diffuso. Anche nella scelta di respingere a priori ciò che sarebbe invece necessario andare quanto meno a conoscere.

Valerio Lo Monaco

(pubblicato su La Destra Trimestrale, N° 8)