“In God We Trust”. È questa la frase scritta su ogni banconota
americana dal 1955. Ma è solo nel 2004 che tale frase, come
profeticamente annunciato, ha trovato il modo di rendersi tanto
evidente da non poter essere confutata. L’artefice è Mel Gibson, e se
già blasfema appare a noi la scelta di unire Dio con il denaro, desta
ancora più perplessità la volontà di accumulare soldi attraverso una
vera a propria moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Perché di questo, a mio avviso, si tratta. Anche se non solo.
The Passion è un film che avvilisce il il messaggio storico e anche quello fideistico.
E se da un lato c’è certamente bisogno, nel mondo attuale, di un
richiamo alla gravitas, alla riflessione, al richiamo dei valori
cristiani su cui si è fondato l’Occidente, ebbene c’è il timore che
tale messaggio, se affidato a Hollywood e alla nazione Under God, venga
metabolizzato e rigettato dall’opinione pubblica che dovrebbe invece,
oggi più che mai, riflettere in maniera approfondita sulla base della
nostra civiltà.
Nel mondo attuale in cui sembrano avverarsi le tesi di Huntington, vale
a dire quelle del celebre libro sullo scontro delle civiltà, è
certamente un bene che si tenti, attraverso film su questo argomento
così come su altri, per esempio con l’Ultimo Samurai di cui abbiamo
parlato nel numero scorso della rivista, di sollecitare un ragionamento
su valori più alti e profondi rispetto il nichilismo diffuso del nostro
mondo. Ma questa riflessione, proprio perché così importante, deve
avvenire con degli strumenti utili e assolutamente non fuorvianti.
Desta preoccupazione, in questo senso, che in un Occidente che deve
necessariamente cercare di tamponare almeno in parte l’american way of
life con il quale è attualmente condotto, si possa ricorrere alla nuova
rivoluzione cristiana con caratteri pop, e anche pulp, che proviene
d’oltre Oceano, per trovare un indispensabile ritorno alle origini non
tanto religiose, ma filosofiche, che innegabilmente dalla tradizione
europea provengono. Dall’altro lato c’è da ammettere, però, che in
Europa non si riesce nemmeno a trovare un accordo per inserire un
piccolo richiamo alla tradizione cristiana nella nuova Costituzione…
Tuttavia il film di Gibson, che nella direzione di un richiamo alla
cristianità vorrebbe rivolgersi, è a mio avviso innanzitutto un falso
storico perpetrato attraverso alcune scelte della sceneggiatura, quindi
un avvilimento del messaggio fideistico e, infine, una speculazione
pornografica della violenza attuata mediante il “cibo” più consumato,
come pop corn, dal pubblico dell’industria del cinema.
A conferma di questo, e senza voler entrare nel merito artistico della
pellicola, ci sono alcuni passaggi fondamentali della Passione.
Per esempio la flagellazione, una delle sequenze più violente del film.
Seppure ci attenessimo alla volontà di Gibson di entrare fin nei minimi
particolari di un fatto storico, è inaccettabile vedere un Cristo
martoriato dalla flagellazione e poi crocifisso accanto a due altre
persone che non hanno segno alcuno di tale supplizio.
Volendosi limitare all’aspetto storico, infatti, si deve
necessariamente registrare che la crocifissione è un fatto storico che
i romani ereditarono dai confini orientali dell’impero, per esempio
dalla Persia (quella Persia ricacciata indietro dai Greci tanti anni
prima nella prima attestazione di divisione tra Oriente e Occidente di
cui ancora oggi ci dobbiamo occupare con i fatti attuali dell’Islam).
La flagellazione prima della crocifissione era un fatto comunemente
applicato dai romani, poiché attraverso tale pratica si faceva perdere
molto sangue e forze ai condannati che, altrimenti, avrebbero impiegato
molto più tempo e sofferenza prima di spirare sulla croce. Gibson,
invece, nella sua ossessione di attenersi a tale flagello (che nei
Vangeli, peraltro, non è specificato con tale brutalità) e di elevarlo
al massimo grado di violenza, dimentica di applicarlo agli altri due
condannati. Difficile, dunque, non credere a una volontà di
speculazione sulla violenza di tale scelta.
Ma la scelta, ovviamente, viene a confermare la tesi che ho posto.
Il mondo attuale rigetta la violenza e il dolore. Non si riesce nemmeno
ad accettare la morte. Si partorisce e si vive con anestetici e non si
riesce nemmeno a fare delle scelte definitive, cioè delle “scelte per
la vita”, che sono immancabilmente delle scelte per la morte.
Affermando l’assolutezza del presente e della vita terrena e rinnegando
dunque la possibilità di una vita ulteriore, di un valore più alto
rispetto a quello della vita fisica (cosa innegabile proprio
nell’Occidente attuale) è naturale allontanarsi da qualunque aspetto
che possa richiamare a un dopo che non si vede, cui in fondo non si
crede. Naturale considerare poco degli aspetti ulteriori rispetto a
quelli meramente pratici, terreni, tangibili.
Da qui il rifiuto della violenza. E proprio da qui, quindi, la morbosa
ricerca della violenza che “vende” solo se interpretata nella finzione.
Lo dimostra l’applauso americano per i film violenti e il rigetto,
invece, nei confronti della violenza nella vita vissuta, per esempio,
tenendoci alla stretta attualità, con i fatti odierni dell’Iraq.
Al cinema e alla finzione tutto è concesso. Dalla realtà, invece, è
naturale prendere le distanze. I film violenti vendono. Ed è un dato
innegabile.
Dal punto di vista fideistico, poi, non è possibile non registrare
l’assoluta mancanza di spessore psicologico dei personaggi di Gibson,
senza considerare quello che a mio avviso è l’errore più grande: la
mancanza della resurrezione, a meno di considerare la sua presenza nel
film con i venti secondi finali dell’opera.
In questo senso The Passion è un film monco.
La crocifissione, infatti, ha valore solo in quanto poi avviene la
resurrezione. L’importante non è tanto il Cristo sulla croce quanto il
Cristo nella gloria. La speranza, ovvero, del dopo. Della salvezza.
La crocifissione è un fatto storico, la resurrezione un fatto di fede.
È curioso, in questo senso, che anche la Chiesa abbia scelto nei secoli
molto di più il simbolo della croce per attuare l’iconografia più
importante del suo messaggio. A discapito, per esempio, di quella della
tomba vuota. È questo ciò che salva l’umanità, poiché la cosa più
importante è il Cristo nella gloria.
In The Passion questo non c’è. Forse ci sarà nel sequel, che a questo
punto diventa necessario. E dunque, a fini commerciali, doppiamente e
strumentalmente utile.
È poi impossibile tacere sull’aspetto dell’antisemitismo che ha girato
intorno a questo film. Anche volendo respingere con forza e sdegno
qualsiasi strumentalizzazione mediatica e politica che purtroppo si è
abbattuta su questa pellicola, ebbene non si può lasciare senza
commento uno degli aspetti che hanno fatto discutere l’opinione
pubblica e gli addetti ai lavori.
E non si può proprio partendo da alcuni presupposti. Sullo stesso sito
del film, ad esempio, accedendo a ben nove delle diciassette lingue di
traduzione in cui veniva illustrata la pellicola, si apre ancora (al
momento in cui andiamo in stampa), una finestra pop up che propone un
sondaggio ai visitatori in merito al pericolo antisemita del film.
Segno che l’argomento non può essere taciuto tanto facilmente per una
convenzione di politically correct. In tal senso, e ancora prima di
entrare nel merito, ho trovato due curiosità: la prima è il fatto che
il sondaggio, proposto fra le altre lingue anche in russo, polacco,
olandese e aramaico rimane – in ogni caso – senza un risultato
visibile. Si può votare, infatti, ma non si accede alle percentuali di
voto. La seconda curiosità è che nella lingua inglese il sondaggio non
viene proposto.
Entrando nello specifico, invece, dopo aver visto il film, a mio parere
l’accusa di antisemitismo può resistere solo in virtù di alcune
condizioni: per esempio un grande pregiudizio ideologico, oppure una
capacità di lettura non particolarmente approfondita o, ancora,
lasciandosi sedurre dall’aspetto medievale oscurantista di certo
cristianesimo (nel quale non si può non riconoscere una sorta di
antisemitismo), aspetto che prevale purtroppo in molte parti di questo
film.
Volendo entrare ancora di più nel merito, e prima di rovesciare il
ragionamento attraverso una provocazione che vedremo tra poco, è poi
illuminante un libro scritto dal giurista e storico ebreo Chaim Cohn
“Processo e morte di Gesù” – Einaudi 2001 – secondo il quale era
impossibile che gli evangelisti, all’epoca in cui scrissero i Vangeli,
non adottassero una sorta di soluzione di marketing – attraverso la
colpa agli ebrei della morte di Cristo – quando il mondo romano doveva
essere il terreno più importante di proselitismo.
L’interpretazione antisemita della vicenda è comunque obsoleta e può
addirittura essere rivoltata: se non ci fosse stato quel processo
sommario non ci sarebbe stata la crocifissione e dunque neanche la
resurrezione…
È tuttavia difficile credere alla diffusa capacità di comprensione
profonda da parte del pubblico nel momento in cui nelle sale si ascolta
il “Crucifige! Crucifige!” pronunciato dai sommi sacerdoti della
religione ebraica. È proprio in questo, infatti, che si annida uno dei
pericoli più grandi della pellicola: la possibilità di essere
fraintesa.
La Chiesa stessa, da cui era lecito aspettarsi finalmente una presa di
posizione su questa vicenda, ha dato segni di evidente frammentazione
in merito ai giudizi sul film.
Ci sono state prese di posizione entusiaste, come quella del cardinale
colombiano Dario Castrilliòn Hoyos, Prefetto della Congregazione del
clero oppure di Joseph Augustin Di Noia, Sottosegretario della
Congregazione per la dottrina della fede. In Europa si sono schierati a
favore Vittorio Messori e John Patrick Foley, presidente del Pontificio
consiglio per le comunicazioni sociali. Il film è piaciuto molto anche
ai Legionari di Cristo e all’Opus Dei, oltre che al direttore di Studi
Cattolici, Cesare Cavalleri e al direttore della Sala Stampa vaticana,
Joaquìn Navarro-Valls. Accanto a queste ci sono alcune posizioni che
definisco “problematiche”, come quella della Conferenza episcopale
italiana secondo la quale la visione del film deve essere guidata.
Dubbioso anche Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana
e noto biblista. Quindi si passa ai contrarissimi, tra cui il cardinale
arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, che ha accusato il film di
vero e proprio sadismo. Critico inoltre anche il gesuita Lloyd Baugh,
docente alla Gregoriana. Infine chi ha criticato il film ancora prima
di averlo visto, come lo storico della Chiesa Alberto Melloni, secondo
cui “Gibson piace a una Chiesa pulp, che crede ai miracoli avvenuti
durante le riprese e annunciati nel sito del film”.
Insomma, una babilonia nello stesso condominio.
Non desta stupore, quindi, che di fronte a così tanta frammentazione
siano nate negli ultimi anni, proprio negli Stati Uniti, delle
associazioni di vario titolo e competenza per portare avanti proprio
quella che ho chiamato “Christian Pop Revolution”. Associazioni che
usano tranquillamente la pop culture e l’entertainment, l’editoria e il
web per promuovere i film, le realizzazioni artistiche, i libri e tutti
i supporti moderni che possano aiutare nella diffusione del messaggio
cristiano, ovviamente secondo la visione che è possibile immaginare dal
lavoro di Gibson e, più in generale, da tutta la speculazione di
marketing e merchandising fatta attorno a The Passion, solo per
riferirci all’oggetto di questa circostanza.
The Passion è dunque di un manifesto ideologico e speculativo sotto
l’aspetto economico senza avere, peraltro, valore di cronaca e tanto
meno valore storico. Non ha messo d’accordo la Chiesa né le ha dato
l’input necessario per prendere finalmente una posizione. Ha riempito
le case americane di chiodi souvenir venduti al di fuori delle sale di
proiezione e ha dato in mano agli statunitensi anche una sorta di
leadership sull’interpretazione del messaggio forse più importante
della nostra cultura. Con la rivisitazione di Gibson si è tornati a una
lettura obsoleta del cristianesimo di cui il mondo cattolico e
cristiano non avevano bisogno: se il mondo di Gibson è un luogo orrendo
dove Giuda non ha redenzione, ma solo la dannazione dell’anima, se
viviamo in un mondo di diavoli, di mortificazione della carne e di
orrore per la vita dei comuni mortali, se siamo al di fuori di ogni
dignità dell’uomo, ebbene allora neghiamo i migliori valori del
cristianesimo stesso. Macchiandoli del verde dei dollari.
L’ostentazione del dolore nel film è a mio avviso troppo urlata, fino a
diventare insostenibile per gli spettatori e a destare delle crisi di
rigetto, che certamente non aiutano alla comprensione. È così cruda la
trasposizione che non rimane il tempo di riflettere. Di recepire il
messaggio necessario a destare un risveglio di quei valori che il film
dovrebbe invece promuovere. Il messaggio non arriva, o arriva male. È
questo il punto, questa la pecca pericolosa del film.
Se messaggio doveva essere, ebbene si percepisce un Gesù che predica
amore e riceve in cambio dolore. Dunque la riproposizione del mistero.
Da qui al sacro il passo è breve, è vero, ma per avvicinarsi a esso c’è
bisogno di trascendenza, e non sono affatto convinto che il pubblico di
The Passion sia stato messo in grado di provare a trascendere e quindi
di mettere in discussione propositiva le problematiche della nostra
società. Così come di fare una riflessione sui valori cristiani della
nostra cultura.
Valerio Lo Monaco