10:40AM

Cena e "Impero del Bene"

Cena a casa nostra con il mio amico Enzo Le Fevre Cervini e la sua compagna Lavinia. Difficile trovare persone che, pur con idee e percorsi di studio e professionale che hanno condotto a convinzioni tanto differenti (una su tutte: l’ingerenza di paesi e coalizioni terze nella politica interna di paesi sovrani: Enzo è un esperto delle Nazioni Unite sulla prevenzione dei genocidi) si riesca ad affrontare argomenti anche difficili con tanto garbo, stile, rigore intellettuale e comprensione. Oltre che ironia.

Non è un caso che sia io sia lui consideriamo la perdita di Giuliano Gennaio come quella più importante della nostra vita. Anche con Giugen era possibile parlare in tal modo. Gli unici casi di dolore personale così intenso, dopo la morte di Giuliano, li ho potuti provare solo con la morte di mia madre e quella, tanti anni fa, ormai, di mio cugino Curzio Giannini. Ma la morte di mia madre ho potuto accettarla, è nell’ordine delle cose. Quella di mio cugino quarantasettenne, una delle menti più brillanti e profonde che abbia mai conosciuto, e quella di Giuliano non ancora ventinovenne - un furto a lui e a quanto insieme avremmo potuto vivere - non riesco a a mandarle giù.

Alla fine regalo una copia de L’Impero del Bene di Alain de Benoist a Lavinia. È un testo quasi introvabile, che affronta, con rigore scientifico e parole (e dimostrazioni) definitive, quello che sono realmente gli Stati Uniti e come si sono comportati negli ultimi anni. Lavinia è curiosa di storia e di storia delle idee. E affatto reticente a mettersi in gioco. Degna compagna di Enzo.

4:56PM

Perché scegliere gli interlocutori (ed evitare gli altri)

Io parlo con tutti. Ma discuto con pochi. Per questo spesso mi tacciano di presunzione. Invece è questione di metodo. E di dignità.

Ecco un passaggio fondamentale. È di Carlos Dufour, un filosofo argentino-tedesco di estrazione nietzschana e sovrumanista. Ripreso da un articolo, uscito originariamente con il titolo Aufhebung*, che ho letto sulla rivista “Tierra y Pueblo” in merito alla metapolitica.

“…un altro metodo (della Metapolitica, N.d.R.) fu (è, N.d.R.) quello di aver intrapreso l’ardua opera di leggere i testi del nemico. La pigrizia e il timore sviluppano astuzie infinite. Il pubblico si abitua alla induzione verbale: crede che qualcosa sia così perché così viene raccontata. Ma nessuno si alimenta intellettualmente con mere ripetizioni: un pensiero alternativo presuppone l’esistenza di un Altro, che conviene conoscere prima di criticare. L’opera critica costa sforzi: è necessario leggere con attenzione raddoppiata, porre in gioco le proprie convinzioni e riconoscere che i propri antagonisti potrebbero stare dalla parte della ragione. È qui che cresce la paura di scoprire che, credendosi illuminati dal sole della verità, si è camminato invece per anni nell’ombra dell’errore. Chi si arrischia in tale avventura? Leggendo il nemico, la metapolitica creò un modello di condotta intellettuale”

Ergo: non discuto con chi (evidentemente) non sa. Parlo con tutti, dicevo, ci mancherebbe. Cerco di esporre e convincere con il solo modo di comunicare che conosco e reputo giusto quando si affrontano argomenti di un certo carattere (per esempio politica, filosofia, storia del pensiero): logica e razionalità. Procedendo per implicazioni. Ma quando mi trovo davanti qualcuno che non sa, che non si sforza né si è sforzato e che va avanti per convinzioni che poggiano sul nulla senza alcuna inclinazione quanto meno ad accogliere ciò che gli viene dimostrato, discutere è inutile. È come parlare due lingue differenti.

 

*Aufhebung è un termine hegeliano che in tedesco significa sia “togliere” che “conservare”. Un termine fondamentale. Soprattutto oggi. Ma di questo ne riparleremo.

2:00PM

Cialtronismi vari

Qualche tempo fa mi hanno dato del cialtrone. Non è che me l’abbiano detto, per precisare. Né in faccia né per interposta persona. Molto più semplicisticamente una aspirante collaboratrice de La Voce del Ribelle ha aperto il suo blog e ha scritto che sono un cialtrone. A dire il vero ha scritto anche che ho un tono esteticamente dimesso, sebbene con l’occhietto vispo - prosegue il testo - che tradisce l’inconfessata ambizione. Ha scritto anche che porto le valigie a Massimo Fini. Insomma mancava solo che avesse scritto che quel giorno non avevo fatto bene la barba e che mi puzzava l’alito e poi avrebbe dovuto almeno vantarsi di aver passato una notte con me per conoscermi così bene. Io, francamente, non ricordo di averla portata né al cinema né a letto.

Opinioni, pertanto. Supposizioni, più che altro.

Il fatto - c’è sempre un fatto: azione-reazione - è invece che ero (e sono) reo di non averla richiamata (mi aveva lasciato un numero di telefono per la bisogna) per offrirle una collaborazione alla rivista. Temo peraltro che non lo farò neanche in futuro. Dal che probabilmente dovrò aspettarmi qualche altra descrizione, ma fa niente.

Ora, la cosa in sé è irrilevante. Dovesse avere rilievo ogni cosa che chiunque si sveglia la mattina pensa e scrive sul proprio blog, fossero anche ingiurie (peraltro dimostrando di non conoscere le più elementari regole del giornalismo pur volendo approcciare alla professione) starei fresco. Il tempo è talmente poco che se uno ha un minimo di proprio cosmo di valori, certamente relega la cosa alla marginalità.

Ma il punto, in generale, è però affascinante. Perché svela una parte della natura umana ben precisa.

È la natura dell’aspirante collaboratore. E più in generale di quelli che vogliono fare la guerra. E che vogliono farla dal punto di vista intellettuale. Mai che si fosse offerto un armigero, per fare la guerra. Solo intellettuali. E sia. Siamo in un Paese che evidentemente è colmo di intellettuali. O che almeno si credono tali.

L’aspirante collaboratore si divide in due categorie con relative sottocategorie. Più qualche bonus di differenza, che è però affatto marginale. Delle varie categorie parleremo in un secondo momento (sto preparando una casistica curiosa).

Per ora, invece, una delle cose più complesse da capire, evidentemente, è la differenza di rapporti. Mi spiego: il mio è per forza di cose un rapporto uno a molti. Nel senso che tutte le proposte che arrivano passano da me. Il che significa dover vagliare una per una le proposte, e siccome non ho il dono dell’ubiquità, necessariamente una segue l’altra, e poi l’altra e poi l’altra ancora. Ma ovviamente non tutte insieme. E non per tutto il giorno. E qui, a quanto pare, si scatena l’odio.

Perché l’aspirante collaboratore si aspetta invece un rapporto uno a uno. Anzi lo pretende. E si scandalizza, quando non si offende proprio, se non riceve un feedback immediato almeno quanto l’invio della sua proposta.

Ora, chiunque abbia avuto a che fare con una redazione può rendersi conto della quantità di sollecitazioni che si ricevono, e che richiedono attenzione.

Nel casino - che di questo si tratta - ci vuole dunque metodo. 

Ora vi dico il mio, di metodo. Poi (in una terza circostanza) scriverò un piccolo decalogo per centrare il punto, ovvero cosa mi aspetterei di ricevere.

Ma partiamo dal metodo, dicevo.

Il metodo presuppone un obiettivo (come dovrebbe essere per tutti i metodi). Il mio obiettivo è pubblicare l’articolo. E pertanto capire rapidamente cosa mi stanno proponendo. Ovvero il tema e la chiave di lettura con la quale pensano di affrontarlo. Quindi devo capire se chi mi sta proponendo il tema è potenzialmente in grado di trattarlo secondo alcuni standard che ci siamo posti in redazione. Giornalistici, stilistici, professionali. Infine, devo capire chi mi sta proponendo cosa. 

La procedura si esplica andando per esclusione. E il motivo è semplice. Siccome non è facile trovare un tema adatto ed è ancora più difficile trovarlo affrontato secondo gli standard che ci siamo posti, per la legge dei grandi numeri è evidente che l’eccellenza rappresenti la minoranza. Al tempo stesso però, e per fortuna, la scrematura diventa piuttosto semplice. Qualcuno sostiene che più che semplice io utilizzi una procedura semplicistica. Può darsi, anche se non credo. Ma il punto centrale è un altro: tale scrematura è indispensabile. Per chi fa un mestiere come il mio. E deve far uscire un giornale nei tempi prestabiliti.

Ultima premessa e poi passiamo a qualche caso paradigmatico (a mio avviso paradigmatico anche di molte altre cose, come per esempio l’educazione, lo stato della nostra educazione scolastica, la antropologia stessa dell’attualità eccetera eccetera). Ultima premessa, dicevo: noi cerchiamo notizie. Così abbiamo scritto chiaramente sul sito. Cerchiamo notizie, argomenti. E chi sia in grado di metterle in forma secondo la chiave di lettura del nostro giornale.

E ora veniamo a noi.

La prima tipologia dell’aspirante collaboratore è quella che io chiamo dell’ideologo-presuntuoso.

È una figura particolare: non si è premurato di informarsi su ciò che noi stiamo cercando, ma al tempo stesso è convinto fermamente della capacità delle sue analisi, che queste non solo vadano bene per essere pubblicate sul nostro giornale, ma che la cosa gli sia dovuta in virtù dei suoi innegabili meriti (occulti). Non solo: abituato evidentemente a ricevere rifiuti, il nostro ideologo si è convinto di essere vittima di un complotto demo-pluto-massonico-giudaico da parte di tutti i direttori del mondo. Del quale io entro a far parte appena passato un quarto d’ora dall’invio della sua proposta senza che mi sia degnato non solo di approvargliela, ma addirittura abbia cambiato appositamente timone del giornale, direzione editoriale del numero e abbia fatto un comunicato stampa sull’intero globo terraqueo per far sapere al mondo che sul prossimo numero del giornale ci sarebbe stato un suo articolo.

Uno stralcio di richiesta tipo del collaboratore-ideologo è il seguente: “…lo scrivente si reputa adatto a collaborare con il vostro giornale in quanto già autore del saggio sulla “eterodossia manualistica della relazione politica dal medioevo al processo di Norimberga”, come voi sicuramente sapete…”

Ma ce ne sono molte altre, di tipologie di aspiranti collaboratori. Le vedremo prossimamente


Ah, dimenticavo: l’aspirante collaboratrice di cui sopra, quella che mi ha dato del cialtrone a suo tempo, non si è premurata di indagare - tanto per avere uno straccio di verifica di quanto andava scrivendo - in merito al contenuto di ciò che ha definito essere il “bagaglio di Fini”, che io stavo trascinando. Ebbene, non si trattava del bagaglio di Fini. Ma del mio personale. Contenente, tra le altre cose, alcune copie della rivista che stavo andando a presentare di lì a poco. Ah, giornalisti…

 

 

Oggi non più di quattro ore. Posso fare meglio.

1:57PM

Allora dicevamo?

Che ero molto preso da questo. Vero. Lo sono ancora, naturalmente. Forse ancora di più se possibile. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

Gli è solo che oltre a quello che scrivo lì pare che senta il bisogno di esprimere anche altro che non sia cultura, metapolitica & Co. Per cui di nuovo qui sul blog.

Bentrovati.

6:25PM

Fatto! (nel senso che ora sono un uomo libero)

Non del tutto. Ma insomma… non c’è paragone.

Appena torno vi dico (sì perché come prima mossa parto. A lungo. Poi torno e vi dico).