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2:00PM

Cialtronismi vari

Qualche tempo fa mi hanno dato del cialtrone. Non è che me l’abbiano detto, per precisare. Né in faccia né per interposta persona. Molto più semplicisticamente una aspirante collaboratrice de La Voce del Ribelle ha aperto il suo blog e ha scritto che sono un cialtrone. A dire il vero ha scritto anche che ho un tono esteticamente dimesso, sebbene con l’occhietto vispo - prosegue il testo - che tradisce l’inconfessata ambizione. Ha scritto anche che porto le valigie a Massimo Fini. Insomma mancava solo che avesse scritto che quel giorno non avevo fatto bene la barba e che mi puzzava l’alito e poi avrebbe dovuto almeno vantarsi di aver passato una notte con me per conoscermi così bene. Io, francamente, non ricordo di averla portata né al cinema né a letto.

Opinioni, pertanto. Supposizioni, più che altro.

Il fatto - c’è sempre un fatto: azione-reazione - è invece che ero (e sono) reo di non averla richiamata (mi aveva lasciato un numero di telefono per la bisogna) per offrirle una collaborazione alla rivista. Temo peraltro che non lo farò neanche in futuro. Dal che probabilmente dovrò aspettarmi qualche altra descrizione, ma fa niente.

Ora, la cosa in sé è irrilevante. Dovesse avere rilievo ogni cosa che chiunque si sveglia la mattina pensa e scrive sul proprio blog, fossero anche ingiurie (peraltro dimostrando di non conoscere le più elementari regole del giornalismo pur volendo approcciare alla professione) starei fresco. Il tempo è talmente poco che se uno ha un minimo di proprio cosmo di valori, certamente relega la cosa alla marginalità.

Ma il punto, in generale, è però affascinante. Perché svela una parte della natura umana ben precisa.

È la natura dell’aspirante collaboratore. E più in generale di quelli che vogliono fare la guerra. E che vogliono farla dal punto di vista intellettuale. Mai che si fosse offerto un armigero, per fare la guerra. Solo intellettuali. E sia. Siamo in un Paese che evidentemente è colmo di intellettuali. O che almeno si credono tali.

L’aspirante collaboratore si divide in due categorie con relative sottocategorie. Più qualche bonus di differenza, che è però affatto marginale. Delle varie categorie parleremo in un secondo momento (sto preparando una casistica curiosa).

Per ora, invece, una delle cose più complesse da capire, evidentemente, è la differenza di rapporti. Mi spiego: il mio è per forza di cose un rapporto uno a molti. Nel senso che tutte le proposte che arrivano passano da me. Il che significa dover vagliare una per una le proposte, e siccome non ho il dono dell’ubiquità, necessariamente una segue l’altra, e poi l’altra e poi l’altra ancora. Ma ovviamente non tutte insieme. E non per tutto il giorno. E qui, a quanto pare, si scatena l’odio.

Perché l’aspirante collaboratore si aspetta invece un rapporto uno a uno. Anzi lo pretende. E si scandalizza, quando non si offende proprio, se non riceve un feedback immediato almeno quanto l’invio della sua proposta.

Ora, chiunque abbia avuto a che fare con una redazione può rendersi conto della quantità di sollecitazioni che si ricevono, e che richiedono attenzione.

Nel casino - che di questo si tratta - ci vuole dunque metodo. 

Ora vi dico il mio, di metodo. Poi (in una terza circostanza) scriverò un piccolo decalogo per centrare il punto, ovvero cosa mi aspetterei di ricevere.

Ma partiamo dal metodo, dicevo.

Il metodo presuppone un obiettivo (come dovrebbe essere per tutti i metodi). Il mio obiettivo è pubblicare l’articolo. E pertanto capire rapidamente cosa mi stanno proponendo. Ovvero il tema e la chiave di lettura con la quale pensano di affrontarlo. Quindi devo capire se chi mi sta proponendo il tema è potenzialmente in grado di trattarlo secondo alcuni standard che ci siamo posti in redazione. Giornalistici, stilistici, professionali. Infine, devo capire chi mi sta proponendo cosa. 

La procedura si esplica andando per esclusione. E il motivo è semplice. Siccome non è facile trovare un tema adatto ed è ancora più difficile trovarlo affrontato secondo gli standard che ci siamo posti, per la legge dei grandi numeri è evidente che l’eccellenza rappresenti la minoranza. Al tempo stesso però, e per fortuna, la scrematura diventa piuttosto semplice. Qualcuno sostiene che più che semplice io utilizzi una procedura semplicistica. Può darsi, anche se non credo. Ma il punto centrale è un altro: tale scrematura è indispensabile. Per chi fa un mestiere come il mio. E deve far uscire un giornale nei tempi prestabiliti.

Ultima premessa e poi passiamo a qualche caso paradigmatico (a mio avviso paradigmatico anche di molte altre cose, come per esempio l’educazione, lo stato della nostra educazione scolastica, la antropologia stessa dell’attualità eccetera eccetera). Ultima premessa, dicevo: noi cerchiamo notizie. Così abbiamo scritto chiaramente sul sito. Cerchiamo notizie, argomenti. E chi sia in grado di metterle in forma secondo la chiave di lettura del nostro giornale.

E ora veniamo a noi.

La prima tipologia dell’aspirante collaboratore è quella che io chiamo dell’ideologo-presuntuoso.

È una figura particolare: non si è premurato di informarsi su ciò che noi stiamo cercando, ma al tempo stesso è convinto fermamente della capacità delle sue analisi, che queste non solo vadano bene per essere pubblicate sul nostro giornale, ma che la cosa gli sia dovuta in virtù dei suoi innegabili meriti (occulti). Non solo: abituato evidentemente a ricevere rifiuti, il nostro ideologo si è convinto di essere vittima di un complotto demo-pluto-massonico-giudaico da parte di tutti i direttori del mondo. Del quale io entro a far parte appena passato un quarto d’ora dall’invio della sua proposta senza che mi sia degnato non solo di approvargliela, ma addirittura abbia cambiato appositamente timone del giornale, direzione editoriale del numero e abbia fatto un comunicato stampa sull’intero globo terraqueo per far sapere al mondo che sul prossimo numero del giornale ci sarebbe stato un suo articolo.

Uno stralcio di richiesta tipo del collaboratore-ideologo è il seguente: “…lo scrivente si reputa adatto a collaborare con il vostro giornale in quanto già autore del saggio sulla “eterodossia manualistica della relazione politica dal medioevo al processo di Norimberga”, come voi sicuramente sapete…”

Ma ce ne sono molte altre, di tipologie di aspiranti collaboratori. Le vedremo prossimamente


Ah, dimenticavo: l’aspirante collaboratrice di cui sopra, quella che mi ha dato del cialtrone a suo tempo, non si è premurata di indagare - tanto per avere uno straccio di verifica di quanto andava scrivendo - in merito al contenuto di ciò che ha definito essere il “bagaglio di Fini”, che io stavo trascinando. Ebbene, non si trattava del bagaglio di Fini. Ma del mio personale. Contenente, tra le altre cose, alcune copie della rivista che stavo andando a presentare di lì a poco. Ah, giornalisti…

 

 

Oggi non più di quattro ore. Posso fare meglio.

11:50AM

Ipotesi di libertà (stiamo lavorando per questo)

Insomma la cosa dovrebbe portare alla libertà e prende le mosse, ovviamente, dal concetto di schiavitù.

Lavoriamo mediamente cinque giorni la settimana su sette (quando non di più), per cinquanta settimane l’anno su cinquantadue: è evidente che la cosa sia squilibrata (ancora di più se fate un calcolo preciso in base agli anni di vita che possiamo aspettarci e a quanti di questi passiamo a lavorare rispetto al vivere - fatelo voi, sto calcolo, ne vale la pena per prendere coscienza dell’aberrazione della cosa, che per me è troppo lavoro farlo - per non parlare del fatto che in realtà non possiamo aspettarci un cazzo, oppure tutto, ed è lo stesso e dovrebbe già cambiare la prospettiva di ognuno di noi).

Comunque.

È evidente anche che la cosa sia ingiusta: a meno che non si considerino corrette le minchiate relative al peccato originale o a tutte le stronzate che cercano di inculcarci in testa dalla rivoluzione industriale (che ci sta facendo letteralmente scoppiare le esistenze) ai giorni nostri.

Per non parlare delle stronzate mostruose secondo le quali, in ordine sparso, ogni tanto si sente dire che “siamo nati per lavorare” e che “il lavoro nobilita l’uomo”. Nell’ordine: per quanto attiene il primo caso, se non bastasse l’adagio romano “mica l’ho inchiodato io alla croce Cristo”, basta considerare che essere stati messi al mondo per lavorare e basta sarebbe una vera e propria bestemmia (vogliamo dire almeno fifty-fifty tra lavorare e godere della vita?); per quanto attiene al secondo caso, poi, è vero esattamente il contrario: il lavoro non nobilita affatto l’uomo, tanto che i nobili, infatti, erano tali proprio perché non lavoravamo (a lavorare erano gli altri, gli schiavi, appunto…).

Ergo, sgombrato il campo da queste stronzate, e fatto un po’ di lavoro culturale per eliminare il concetto di differenza tra “colui che è” rispetto al concetto di “colui che ha”, si può ovviamente partire dall’assunto che lavorare una vita per possedere oggetti è la cosa più squallida, inutile e ingiusta che si possa attuare nella sola vita che abbiamo. Non è una prova generale né una partita di un campionato lungo. La vita è una finale secca di Coppa dei Campioni. Senza supplementari. Senza partita di ritorno.
Decidere come giocarsi la partita, è in realtà il tutto che possiamo fare sperando che l’arbitro, o il Moggi di turno, non c’inculi.

Per non farsi sodomizzare, però, c’è bisogno di una tattica un po’ più delicata del camminare rasente i muri. C’è bisogno, soprattutto, di non farsi somministrare a forza degli anestetici mentre appunto ce lo infilano nel culo.

E qui, in questo, arriviamo a bomba su quanto faremo. (Per capire il processo nei minimi dettagli, che ha portato alla decisione che spiegherò in seguito, naturalmente ci vuole qualche anno di studi giusti, un ambiente fecondo intorno, e una discreta dose di coraggio: magari ne parleremo più in là).

Per ora questo: oggi lascio un contratto giornalistico - articolo 1, per intenderci, per chi conosce la cosa ed è ancora alla disperata ricerca di un posto fisso del genere inchiodato al desk di qualche redazione - con tutti i cazzi e gli stramazzi, undici anni di servizio a oggi, con tutti gli scatti, la Casagit, le ferie pagate e i superminimi eccetera eccetera eccetera, per ritrovare la libertà.

Insomma, tolgo lavoro e aggiungo vita. Ed è tutto. 

(passo passo vi spiego come eh, stay tuned)

UPDATE: mi fanno notare che devo una precisazione. Io sto dando le dimissioni, non si tratta di un licenziamento o scivoli o cose del genere. Si tratta di qualcosa che ho espresso all’editore così: “non ho più stimoli a fare questo lavoro. voglio cambiare la mia vita”. Ecco.

12:37PM

Ripartiamo da qui

valegiugen1.jpg

E se ce la fai, Giù, guardami un po’ le spalle ok?

giugenconfabula.jpg 

5:19PM

Che la terra ti sia lieve

Oggi Steppenwolf piange il suo amico Giuliano.

2:55PM

Raddoppio in due anni. E quest'anno, poi...

Insomma, il risultato è questo: in due anni, ovvero 24 mesi, il capitale investito all’inizio si è esattamente - esattamente - raddoppiato.

Questo per chi ha seguito i vari atti di ribellione messi in opera da un po’ di tempo in qua. Per gli scettici, per gli “ma allora tutti farebbero così, dunque visto che non lo fanno significa che è impossibile”, per chi alzava il sopracciglio sinistro quando ne parlavo…

E a chi ancora oggi, mi chiede “ma allora perché non fai solo questo e basta?”… la risposta è sempre la stessa: perché nella vita, se hai qualcosa dentro, se uno scopo lo senti, o un demone ti spinge, ebbene fare soldi è l’ultima cosa che ti interessi. Ergo, avanti adagio. (adagio? il 100% in due anni? Ovvero il 50% all’anno vi sembra adagio?).

Ecco.

Per tutti gli altri, per quelli che della scommessa collettiva se ne fottono, dico solo che ho passato - sto passando - i primi giorni dell’anno a fare strategie e piani industriali, a fare scalette di azioni da compiere, a ri-disegnare alcune cose e a inventarne altre del tutto nuove. Insomma, le mie scrivanie, i divani, i bordi del caminetto, le sedie le poltrone e buona parte dei gradini delle scale, sono pieni di appunti e libri, bozze e ipotesi, intuizioni e sogni. Vediamo che succede.