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11:45AM

Come Commettere Un Omicidio, Non Chiamarlo Tale e Non Andare In Galera. Ma Soprattutto: Come Cambiare la Società un Pezzo alla Volta

Allora, se siete così onesti intellettualmente, eliminate i pre-concetti, i pre-giudizi e siete depurati da tutto il chiasso (Information Overload di Discriminazione Aprioristica e Strumentale delle Idee e delle Opinioni) che appare sugli organi del Main Stream Media, allora sono sicuro di potervi esprimere cosa penso in merito all’argomento senza il rischio di essere frainteso. L’argomento è quello dell’aborto e della legge 194.

Prima cosa, fondamentale: non posso avere voce in capitolo - per la cosa in sé dal punto di vista fisico-psicologico-emotivo - né intendo tentare di averla, in quanto sono uomo, non posso né potrò mai portare avanti una gravidanza in vita mia (a meno di mostruose faccende di eugenetica sulle quali purtroppo si stanno facendo passi da gigante e delle quali comunque non intendo avvalermi qualora fosse possibile avvalersene) e dunque non voglio arrogarmi il diritto di sentenziare su cose che naturalmente sono molto distanti dalla mia natura di uomo (e molto vicine, sotto certi aspetti inimmaginabili per un un uomo, alla donna).

Seconda cosa: non sono cattolico. Non vado né credo alla Chiesa. Non per questo strumentalmente dico che essa non debba esprimere una sua opinione ma certamente affermo la laicità di uno Stato e delle decisioni che democraticamente si devono prendere su argomenti così importanti. Perché importanti anche oltre il fatto in sé, cose del genere, lo sono per la società intera, eccome.

Terza cosa: sono religioso, sì. Di una religione tutta personale, molto limitata in merito in quanto a dogmi ma - mi pare - parecchio sconfinata in merito al senso che do alle cose. Più che di religione è il caso di parlare di  spiritualità, nel senso che credo ci sia altro oltre alla materia (alle cose materiali). Professo assoluta libertà personale all’interno della singola vita di ognuno di noi (figuriamoci, provengo dal paganesimo celtico…) con due paletti ben precisi però: ovvero le due cose che trascendono la nostra natura di esseri viventi e mortali. I limiti oltre i quali intendo non andare sono quelli della vita e della morte. Ovvero gli estremi della nostra esistenza. Quelli che delimitano un prima e un dopo di cui non sappiamo nulla. Ecco, questi limiti, secondo me, non vanno toccati. Non per motivi religiosi - ribadisco - quanto perché nel momento in cui ci si arroga il diritto di valicarli, si entra in un ambito che, per sua natura, è disumano. Oltre noi, oltre ciò che siamo, oltre ciò che possiamo solo immaginare. Ecco, io, oltre i miei limiti naturali, non intendo andare né credo si debba andare sia per quanto riguarda la mia, di vita, sia per quanto riguarda quella degli altri.

Quarta e ultima cosa: l’argomento dell’aborto né porta con sé molti altri, soprattutto come viene trattato questo argomento. Dunque parlare di questo significa in realtà parlare di tante altre cose a esso legate. Su questo aspetto sono un fondamentalista: chi non riconosce questa cosa non può partecipare al tavolo dello scambio di opinioni (almeno al mio tavolo). Nel senso che se legittimate me a parteciparvi ebbene io legittimo i miei interlocutori a farlo. Ma la legittimazione ha delle regole. La mia è quella di non perdere tempo con chi disonestamente non riconosce questa cosa.

Pertanto il punto non si può e non si deve risolvere nel “la cosa è mia dunque faccio il cazzo che mi pare”.  

E ora dritti al punto: l’aborto è un omicio legalizzato.

E qui mi fermo - sul punto in sé che è di una chiarezza sconcertante -  non perché non voglia entrare nella diatriba della decisione che spetta alla donna e a lei sola; oppure nell’affaire (mai parola fu più adatta) di tutto quello che ruota attorno al mercato degli aborti, alle difficoltà delle donne che vivono nei paesi in cui ciò non è permesso; alle dinamiche legate alla diatriba di aborto terapeutico quando lo è quando non lo è; oppure alla selezione dell’embrione eccetera. Su questo c’è già tanta letteratura (e anche tanta carta straccia) in merito. Ognuno, che non sia accecato dalla disonestà intellettuale, almeno con se stesso facendosi un po’ di cultura in merito può facilmente farsi una opinione e - almeno nel suo intimo - dare un sincero giudizio sulla cosa.

A me interessano altri tre aspetti. Il primo è il fatto in sé. Il secondo - pietoso - è il tentativo di tanti di mistificare la cosa per renderla meno gravosa e dunque accettabile come cosa normale - come conquista! - come cosa, appunto “comune”. Ipocrisia assoluta che denota ipso facto la caratura stessa della persona, sia morale sia culturale. E in questo c’è tutto. Il terzo aspetto - più importante e del quale veramente mi interessa  - è come questa discriminazione ipocrita incida nella società nella quale vivo - e su questa sì, mi esprimo direttamente e con piena liceità. 

Già tempo fa ebbi modo di parlarne con una esperta di bioetica nel corso di un accesissimo dibattito pubblico seguente a una rappresentazione teatrale che voleva mettere il dito nella piaga.
Lo spettacolo aveva un clamoroso errore concettuale, commesso il quale si dimostravano esattamente le cose che avrei detto dopo, nel dibattito. Lo spettacolo aveva la caratteristica (non voluta) di invertire esattamente il risultato che autrice dello spettacolo e organizzatori del dibattito volevano ottenere (invitando me a fare la parte del leone sbranato…). Per inciso: al dibattito, per evitare di alzare oltre modo i toni,  non feci notare tale errore (di cui però vi dirò alla fine) ma sostenni invece in altro modo le mie opinioni.   

L’omicidio legalizzato, dicevo.

Interruzione di gravidanza. Dunque interruzione di vita. Dunque omicidio.

Che la legge 194 rende legale e non perseguibile. Punto. Un referendum ha deciso così, la scelta rimane comunque alla donna, ed è giusto che sia lei a decidere se fare questa cosa o meno.

Chiaro? Chiaro come la penso? La 194 non si tocca. È una legge che legalizza un omicidio ma - ribadisco: ma - non si deve toccare.
Insomma, deve decidere la donna se compiere l’omicidio o no.  

Eppure non è questo il punto. Né io voglio fare moralismi vari su una scelta che non mi troverò mai a dover fare (per fortuna) e che spetta giustamente alla donna essendo l’unica, sulla faccia della Terra, ad avere l’onore di generare un figlio dal proprio ventre. Onore al quale è legato ovviamente anche l’onere di farlo. Che implica, talvolta, una scelta del genere.

Tutta la mia rabbia (e il mio interesse alla cosa) deriva da un altro aspetto, ovvero dal fatto che la nostra società, ipocritamente, tenti in tutte le maniere di far sembrare la cosa non per quello che è - un omicidio - ma per tutto quello che invece può rendere la cosa più accettabile, normale, e con significato inferiore a quello che invece realmente ha. Ecco, è questa la cosa contro la quale mi scaglio.  

In sostanza: detesto che un atto del genere possa essere trattato come cosa qualunque. Detesto che si utilizzino termini impropri, edulcorati, politicamente corretti per dare un tono diverso alla gravità inaudita di un atto del genere. Beninteso: nessuna caccia alle streghe. Non che si debba fare il contrario, ovvero condannare verbalmente l’atto in sé per il solo motivo di istigare flagelli alla donna che - suo malgrado, spesso - si trova a compierlo.

Il punto è diverso, e non riguarda la donna che accidentalmente (…) si trova a dover compiere la cosa.

Riguarda la società in cui viviamo, la percezione delle cose, il giusto spazio in un cosmo di valori che deve - deve - esserci.  Perché nel momento in cui si cambiano i termini per definire una cosa del genere, nel momento in cui media, politici, intellettuali e senso comune iniziano a mistificare una cosa del genere, nel momento in cui nell’immaginario collettivo si estende un concetto normalizzante per un atto che normale non è, significa che la società è alla deriva. E questo, per chiuque abbia a cuore le sorti della società nella quale vive, per chiunque non sia egoisticamente concentrato unicamente sul proprio ombelico, ipocritamente strumentale per gestire i propri bisogni, desideri e necessità al di là di qualunque altro valore che non sia il soddisfacimento dei propri capricci, o problemi, o drammi, ecco, chiunque abbia un respiro più alto dei propri pensieri e si senta almeno parte del tutto come organismo comune, è cosa fondamentale.

Della cosa si deve parlare. Se ne deve fare battaglia culturale e sociale molto più di quanto non la si faccia adesso. Perché un atto personale - quando così diffuso - diventa necessariamente un atto che ha ripercussioni sulla società intera. Dunque non si deve trattare ogni singolo caso in sé, che è cosa privata, spesso dolorosissima, e sulla quale nessuno può e deve interferire. Ma l’argomento in sé, la percezione che se ne ha e che se ne fa avere alla società, insomma la discussione culturale intorno all’argomento, non può essere taciuta.

Almeno in una società che voglia dirsi culturale oltre che materiale. Umana oltre che animale. 

 

PS. Lo spettacolo parlava di selezione dell’embrione, e sosteneva (tentava di sostenere) che l’embrione stesso, quello malato, tra i quattro, avrebbe desiderato esso stesso di non essere messo al mondo. L’autrice e attrice dello spettacolo - peraltro spettacolo godibilissimo e ben fatto - era una ragazza fortemente disabile. Fortemente. Se in passato fosse stato come lei tentava di descrivere (e convincere) all’interno dello spettacolo stesso, lei non avrebbe potuto scrivere e recitare quello spettacolo. Lei stessa non sarebbe stata fatta nascere.

12:07PM

PD: come non capire nulla dei dati e della vicenda Adinolfi e Generazione U

Scrissi tempo fa che non vi sarebbe stato un solo motivo che fosse uno per credere nel Partito Democratico costituendo. A distanza di mesi, e dopo aver seguito in prima persona, sul campo, tutto l'andamento, il funzionamento e l'epilogo delle cosiddette primarie, non posso che confermarlo.

Fatto nascere in fretta e furia per le evidenti difficoltà del governo in carica e con gli intenti di tamponamento della emorragia di consensi, tutto l'iter procedurale del Partito Democratico ha dimostrato ancora una volta la pelosa necessità dell'operazione. Operazione condotta, dunque, come testimonianza della volontà della Casta di autoproteggersi e di continuare a presidiare la politica italiana.

Lo dico consapevole dell'esperienza sul campo, dicevo, e in prima persona, in merito ai regolamenti messi a punto per presentare le candidature e le liste e al trattamento che i media hanno dato ai vari candidati. Tutto fuorché democratici come hanno sbandierato che sarebbero stati e come continuano a dire che sono.

Veltroni ha portato in dote la specificità della "necessità" (di salvare i Ds).
Bindi la volontà di affermare il ruolo e il peso del  proprio partito (Dl).
Letta il tentativo di dare voce alle istanze mancanti da sempre all'interno dei due partiti (la parte giovanile). Ma quest'ultimo è stato ovviamente un bluff: Letta è da dieci anni che partecipa alla gestione della politica facendo ben poco per i giovani e cavalcando la tematica generazionale ha tentato questa volta, invece, di assicurarsi altri anni al proprio posto. Con quale speranza per i giovani?

L'unica vera novità, l'unica vera istanza nuova e del tutto inedita è stata rappresentata dalla candidatura di Adinolfi che, a differenza di tutti gli altri, ha portato avanti una motivazione e un programma chiari, necessari e soprattutto, nuovi. Peraltro con sistemi anch'essi nuovi, e questa volta veramente democratici.

Ma vi sono anche altre caratteristiche - fondamentali - che meritano di essere evidenziate in merito alla candidatura di Adinolfi e di Generazione U tutta.
Si è trattato della vera alternativa non proveniente da apparati di  partito né da clientelismi né caste. È stata l'unica candidatura proveniente veramente dal basso, dalla società civile e non dall'alto, da investiture istituzionali o parentati di vario tipo.
L'unica che ha fatto uscire allo scoperto le nuove generazioni, che ha dato voce veramente al popolo di quei giovani che - grazie proprio alle oligarchie (in questo caso) di Dl e Ds - non hanno rappresentanza politica. Tanto che poi ne pagano le conseguenze (vedi pensioni, riforme, ecc.).

Guarda caso, e la cosa testimonia la tesi, è stata la candidatura che, in modo tutt'altro che democratico, non ha avuto spazi uguali alle altre sui media (appunto, che sono collegati agli apparati politici, in un verso o in un altro).

Sarebbe bastato questo per decidere di scegliere Adinolfi, se veramente si voleva un partito democratico, se veramente si voleva una rottura con il passato e un cambiamento di quanto avvenuto sino a ora.

Non è un caso che i media non abbiano voluto coprire equamente i candidati.
Non è un caso che nessuno dei tre (Letta, Bindi e soprattutto Veltroni) abbia accettato un confronto - democratico - televisivo, peraltro chiesto ogni giorno da Adinolfi: avrebbero avuto solo da perdere in una circostanza simile. E perdere punti nei confronti di Adinolfi sarebbe stato facile come ascoltare due o tre istanze portate avanti dal giornalista e blogger italiano.

Il confronto non c'è stato e la visibilità data agli uni non è stata data agli altri (tra i quali Gawronski).

I dati che emergono dall'alta affluenza alle urne e dal risultato plebiscitario sono principalmente due: gli italiani del centrosinistra credono che Veltroni possa rappresentare la svolta all'interno di una coalizione in fin di vita; gli apparati di partito, pur cambiando nome e leader, rimangono esattamente gli stessi, confermando ancora una volta la situazione medesima che ha, guarda caso, portato gli apparati stessi a decidere per il restyling onde permettersi l'ulteriore chance di rimanere al proprio posto.

È dunque un risultato in perdita che non fa che allungare i tempi per il vero cambio/ricambio che sarebbe necessario all'Italia.

Ancora una notazione sui dati: lo 0,13 per cento a livello nazionale raccolto da Generazione U è un dato molto alto se consideriamo quanto detto in  merito alla visibilità che è stata data ad Adinolfi rispetto a quella data agli altri. Ed è un dato che diventa ancora più importante se letto all'interno dei collegi (solo 10 su 452) nei quali la lista di Generazione U è stata presente.

La cosa è chiara: non è possibile paragonare un dato raccolto su 10 collegi con quello raccolto su oltre 450.

Ora ribaltiamo la domanda: chi ha vinto, gli apparati di partito - ovvero il "vecchio" - che è stato naturalmente in grado di scegliersi il regolamento, di scegliere l'esposizione mediatica e il silenziamento degli altri, e in grado di avere su tutto il territorio una struttura già esistente, oppure un outsider come Adinolfi e Generazione U che dal nulla, dal web, è stato in grado partendo dal basso di costruire ciò che ha costruito?

E ancora, nasce più forte e nuovo il Partito Democratico adesso che è stato generato dalla gerontocrazia e dalle Caste (media, politica...) oppure sarebbe stato più nuovo e forte se ad Adinolfi e Generazione U fosse stato dato maggiore spazio mediatico e apertura, e dunque avesse ottenuto - naturalmente - un maggiore peso all'interno di un partito che si vuole e deve riformare?

Ultima cosa: qualunque osservatore della vicenda Adinolfi, soprattutto qualunque blogger, dovrebbe legarsi le mani e riflettere almeno dieci minuti prima di battere sulla tastiera un commento su quanto accaduto. E dovrebbe riflettere in primo luogo sulla propria incapacità di smettere il pigiama sporco che indossa mentre scrive al proprio computer,  in relazione al coraggio e all'esempio di Adinolfi e di chi, insieme a lui, ha deciso di infilarsi almeno i bermuda per scendere in strada e gridare la propria esistenza reale (e non solo virtuale). E questo al di là della propria vicinanza o meno alle idee di Adinolfi.

Ma sulla incapacità della blogosfera tornerò presto.

12:00PM

Storace: barra a destra o cavallo di troia?

L’uscita di Storace da An e la creazione di quello che sarà un nuovo partito ha una unica chiave di lettura primaria e alcune secondarie che hanno valore ancora più importante.

La prima è quella di intercettare tanta parte della società civile, con valori ascrivibili a quella che una volta poteva (almeno in Italia) essere chiamata “destra” e che è orfana di una espressione politica di riferimento da quando l’apostata Fini, da Fiuggi ai giorni nostri, ha smembrato, ribaltato, illuso, trasformato e dissanguato Alleanza Nazionale con il piglio di chi nulla ha voluto ascoltare dalla sua base elettorale (illuminante a tal proposito la reiterata volontà di non voler indire un congresso di partito chiesto a più voci ripetutamente da tanti anni) e con l’intento di succedere a Berlusconi nella lotta elettorale futura - certa da tempo - tra lui e Veltroni. Cosa che peraltro non si realizzerà: Veltroni è in sella al Pd mentre Fini non succederà mai a Berlusconi in maniera parimenti decisa.

Questo elettorato alla deriva è dunque un terreno di caccia per qualsiasi forza politica. L’assenza di un riferimento in tal senso, e la capacità mediatica ed evocativa di Storace, sono quindi giunti a far prendere questa strada al Senatore.

Ora attenzione, chiariamo un possibile equivoco: ciò che Storace intende fare non è un assemblamento di ciò che era il Msi del prima Fiuggi (e dunque non vi è, almeno direttamente, la volontà di portare con sé i partitini di destra radicale che da sempre sono al di fuori di Alleanza Nazionale), quanto di ripristinare la direzione politica e l’elettorato di An al tempo di Fiuggi.

È un passaggio importante: il percorso di An non è, come erroneamente molti sottolineano, a due tappe. Ovvero non è dall’Msi ad An come la conosciamo oggi (...). Ma vi è la tappa intermedia di Fiuggi, del tutto differente da ciò che An è attualmente.
C’era l’Msi, poi c’è stata la svolta di Fiuggi e la nascita di An, e oggi c’è “la cosa” che più che altro è una lista Fini, schiacciata su Berlusconi (con politiche del tutto diverse da quelle che si era deciso di intraprendere a Fiuggi), con residui democristiani e con un dissanguamento costante dal 1994 a oggi di elettorato a destra.
Ecco, Storace ritorna a Fiuggi. Dunque ritorna a quello che si era deciso An sarebbe dovuta diventare prima che Fini facesse le svolte e le capriole che tutti conosciamo.

In tal senso, l’operazione di Storace ha un suo perché.

Ma c’è una frase pronunciata dal Senatore che è - probabilmente - rivelatrice: “c’è il pericolo che si possa aprire uno spazio per il terzo polo e che questo spazio venga occupato da una forza terza rispetto alle attuali”.

Il che significa, intuitivamente ancora prima che logicamente e razionalmente, che l’operazione di Storace è volta a occupare questo spazio prima che altri lo facciano.

Il punto attorno al quale ruota tutta la bontà o meno della cosa è verificare se, al momento decisivo dell’operazione, ovvero in occasione di prossime tornate elettorali, Storace vorrà rappresentare effettivamente una parte di società civile che non si riconosce in uno dei due poli attuali verso i quali si sta dividendo la politica oppure cercherà di traghettare - con la più classica delle strategie che potremmo chiamare “cavallo di troia” - tutti gli elettori che lo avranno seguito all’interno, naturalmente, del “polo delle libertà”.

Se si verificasse quest’ultima ipotesi, ancora una volta, il tutto sarebbe archiviabile come una mera operazione da prima repubblica. Deprecabile per quanto riguarda Storace e presa in giro, ancora una volta, per quanto riguarda tutte le persone che lo avranno seguito in questo processo.

La chiave ultima e importante di lettura pertanto è questa: attendere, dopo la creazione di questo partito, di verificare se Storace andrà avanti per la sua strada o se sarà stato solo una strategia politica per non perdere definitivamente la parte destra di An che Fini da solo non sarebbe certo stato in grado di tenere con sé.

Ovvero: novità reale o strategia oligarchica per mantenere lo stato attuale delle cose.

Voi su cosa scommettete?

(Pubbl. su AlzoZero.org

10:44AM

D'Alema e il Tg5: spettacolo indegno

Le dichiarazioni di D’Alema al Tg5 di ieri sera, la testata giornalistica stessa e la giornalista che ha realizzato l’intervista (l’intervista?) sono stati uno degli spettacoli più indegni del connubio politica/giornalismo degli ultimi anni.

Più indegna delle immagini della Lega di ieri al Parlamento, più indegna del dibattito di Vespa il giorno di chiusura della campagna elettorale ultima scorsa o dei balbettamenti di Marini e dei senatori durante il caso Guardia di Finanza discusso in Senato nei giorni scorsi.

Sentire D’Alema parlare di un “attacco sgangherato e immotivato” (immotivato?) e di un “reato” giornalistico, quando la pubblicazione di documenti derubricati fa parte di una legge che D’Alema stesso ha contribuito a varare, è una di quelle demistificazioni più indegne che ho avuto modo di ascoltare negli ultimi tempi.

Tanto più che, proprio in quanto perfettamente legale, è al momento in discussione in Parlamento un disegno di legge per modificare tale possibilità da parte dei giornalisti. Se la cosa fosse già illegale non ci sarebbe bisogno di modificare nulla. Invece siccome è legale - oltre che deontologicamente giusta - il Parlamento compatto - compatto! - sta votando le modifiche per evitare che delle informazioni indispensabili arrivino agli italiani.

Le dichiarazioni preoccupate di D’Alema, Amato e Rutelli, non devono preoccupare il paese, ma sono la testimonianza di una preoccupazione tutta loro. Che è giusto che abbiano perché è giusto che si conosca in modo cristallino la connessione tra politica e poteri forti. Ed è giusto che tali esponenti politici vadano a casa per sempre.

Il fatto che la giornalista del Tg5 (e di chi ha deciso di fare questa intervista) abbia utilizzato una testata giornalistica per fare in pratica un comunicato di agenzia agli italiani invece di una intervista vera e propria, è una di quelle cose che confermano ancora una volta la decadenza dell’impianto dell’informazione nel nostro paese.

Un giornalista pone domande - su una questione così delicata pone domande non concordate - non offre gli assist all’intervistato per fargli dire esclusivamente ciò che gli è più utile dire.

Durante il comunicato video di D’Alema, oltre alle tematiche relative a commenti della maggioranza, dell’opposizione e alle varie solidarietà, non c’è stato alcun riferimento al fatto. Il “fatto” non è la pubblicazione delle intercettazioni, ma il contenuto che ne risulta.

Non il fatto che D’Alema abbia detto alcune cose, ma perché le ha dette.

Indegno. Ancora una volta - se ne deduce - i media tradizionali vanno del tutto aboliti dall’informazione che si sceglie di ricevere, e ancora una volta, si deve fare esercizio di depurazione per isolare il fatto da prendere in esame dalla merda e dalla confusione di parole che gli vengono messe intorno per depotenziare la giusta attenzione degli italiani sulla portata dell’evento.

3:32PM

Manifestazione dei pensionati: solidarietà

Uno degli aspetti paradossali - tra i tanti - che emergono guardando le immagini della manifestazione dei pensionati dei giorni scorsi, è il sentimento di invidia. Per tanta parte degli italiani, per tutta la parte relativa a quelli entrati nel mondo del lavoro negli ultimi anni, anche per la parte relativa a chi ha la fortuna di pagare contributi da alcuni anni, e soprattutto per l’immensa parte relativa a chi non ha un posto di lavoro fisso, vedere dei pensionati che marciano può solo suscitare invidia nei loro confronti. E rabbia per la società attuale.

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